Monti l’elitario bocciato da sinistra

Non autenticamente “riformatore”, fautore dell’“antipolitica”, protagonista di un regime “oligarchico”. Sono soltanto alcuni degli epiteti che politici e pensatori di sinistra stanno riservando in questi giorni a Mario Monti e più in generale alla sua idea di democrazia. Così, mentre in campagna elettorale pare iniziatosi un avvicinamento tattico tra Pd e lista Monti soprattutto in chiave anti Berlusconi, tra i gauchisti è sempre più evidente però l’insofferenza all’idea che il nostro regime politico vada riformato fino in fondo, correggendo gli eccessi partigiani con una robusta iniezione elitaria e meritocratica. Leggi Le ragioni dei montiani per temperare (senza rinnegare) il redditometro di Enrico Zanetti
16 GEN 13
Ultimo aggiornamento: 06:59 | 17 AGO 20
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Non autenticamente “riformatore”, fautore dell’“antipolitica”, protagonista di un regime “oligarchico”. Sono soltanto alcuni degli epiteti che politici e pensatori di sinistra stanno riservando in questi giorni a Mario Monti e più in generale alla sua idea di democrazia. Così, mentre in campagna elettorale pare iniziatosi un avvicinamento tattico tra Pd e lista Monti soprattutto in chiave anti Berlusconi, tra i gauchisti è sempre più evidente però l’insofferenza all’idea che il nostro regime politico vada riformato fino in fondo, correggendo gli eccessi partigiani con una robusta iniezione elitaria e meritocratica. Ieri è toccato al sociologo inglese Anthony Giddens, sulla prima pagina di Repubblica, rispondere con un editoriale al Monti che in questi giorni va ripetendo che il vero cleavage ormai non è più tra “destra” e “sinistra” ma tra “europeisti-riformatori” e “populisti”: “Destra e sinistra sarebbero concetti superati, obsoleti, privi di senso, come qualcuno ora sostiene nella campagna elettorale italiana? Non sono d’accordo”, ha esordito l’ideatore della Terza via di Clinton e Blair senza citare esplicitamente il premier. Poi ha continuato: “Norberto Bobbio diceva che il significato di destra e sinistra cambia continuamente. Ciononostante restano due concetti politici profondamente differenti e continuano ad avere un valore specifico anche nell’odierno mondo globalizzato”. E pensare che Monti, nel suo ultimo libro scritto con l’eurodeputata francese Sylvie Goulard, “La democrazia in Europa”, citava Bobbio per sostenere la tesi opposta: la democrazia senza apporto tecnocratico non è più al passo con i tempi.
“I rimproveri che generalmente vengono mossi alla tecnocrazia europea sono spesso esagerati – scrive Monti – In tutti gli stati, organi amministrativi hanno il compito di assistere i dirigenti politici. Nella sua opera, ‘Il futuro della democrazia’ (1984), Norberto Bobbio osserva come gli inventori della democrazia abbiano mancato di prevedere la complessità delle società contemporanee. Pur continuando a contrapporre democrazia e tecnocrazia, ammette che l’apporto dei tecnici è diventato una necessità”. Insomma Monti preferisce il Bobbio che tiene da conto i tecnocrati, mentre ieri Giddens chiudeva così il suo editoriale su Repubblica: l’Europa si può salvare “a patto di usare più politica, non meno politica. E di credere che ‘destra’ e ‘sinistra’ vogliano ancora dire qualcosa”.
Sempre ieri, sull’Unità, organo del Pd, un altro attacco all’idea di democrazia di Monti lo ha sferrato Massimo D’Alema. “Monti rinunci all’antipolitica o rischia di favorire la destra”, era il titolo dell’anticipazione del suo ultimo libro-intervista con Peppino Caldarola. Svolgimento: “Non mi piace la retorica sul fatto che destra e sinistra non esistono più. Non è vero, né in Italia né in Europa”. (All’ex presidente della Bicamerale allestita con il Cav. piace di più l’espressione “convergenza nel nome dell’interesse nazionale”). E ancora: “Ho letto, qualche giorno fa, che Monti avrebbe dichiarato di essere intento a ‘depurare’ la presenza dei politici nelle sue liste, sulla base di una pretesa superiorità della cosiddetta società civile. (…) Quando la classe dirigente economica si fa partito (…) a pagare il prezzo è la trasparenza del potere. Meglio i partiti, quelli veri”. Una critica non da poco a Monti che invece, non a caso, fu lodato dal giornalista-politologo americano Nathan Gardels, suo collega nel think tank Berggruen Institute, proprio per aver voluto sperimentare la “depoliticizzazione” della democrazia. La polemica contro la faziosità e lo spirito di parte che non consentono di tutelare gli interessi delle generazioni future, d’altronde, è uno dei topoi del discorso montiano. D’Alema, per una volta, dice cose non troppo dissimili rispetto a quelle sostenute domenica a Radio Radicale da Fausto Bertinotti.
L’ex leader di Rifondazione comunista ed ex presidente della Camera dei deputati, conversando con il radicale Marco Pannella, ha parlato di una Europa ormai “sostanzialmente oligarchica, in una forma che è prevalentemente quella della tecnocrazia”. Poi ha aggiunto: “Questa costruzione tende a fissare una specie di recinto che impermeabilizza il ruolo della decisione dai rapporti sociali, dai conflitti, dalle pulsioni individuali”. Se Monti cita spesso i casi virtuosi di quegli organismi tecnici – come la Banca centrale europea o le authority antitrust – che tutelano i consumatori contro lo strapotere delle lobby e che pure trovano il loro fondamento nella legge dei Parlamenti, D’Alema e Bertinotti a questo schema preferiscono invece quello con partiti e sindacati in quantità.
Il dibattito sul sistema democratico in affanno, da rinvigorire con un ruolo significativo per élite competenti e meritocratiche, non è soltanto italiano. Harper’s, mensile liberal statunitense, ha chiuso il 2012 con una copertina che raffigurava una scheda elettorale in fiamme, e sotto il titolo: “Why vote?”. “Perché votare se poi il tuo voto non conta nulla?”, si chiedeva Kevin Baker: “Così come il capitalismo occidentale subisce un processo di deindustrializzazione, allo stesso modo la nostra democrazia si depoliticizza”, sostiene il mensile usando la stessa formula di Gardels che Monti cita (lodandolo, però) anche nel suo libro. A molta sinistra, insomma, la democrazia a trazione elitaria non piacerà, ma ora questa opzione c’è, anche in Italia.